Ci sono miti che non hanno pace, miti che anche dopo la morte continuano a galoppare, litigare, sparare, rovesciare tavoli e spaccare i ceppi in cui si cerca di imbrigliarli. Miti che sfuggono perché in fondo sono eterni ragazzi, nati per fuggire. Uno di loro è Billy the Kid, il fuorilegge più famoso del West, nato a New York nel 1859 e morto a Fort Summer, nel Nuovo Messico, nel 1881. Ventidue anni vissuti pericolosissimamente ed entrati direttamente nella leggenda, incrociando la Storia solo di striscio, come quel colpo che non l'aveva ucciso. Quella del Kid, infatti, è una storia senza testimoni, senza documenti o quasi, senza fonti ufficiali se non le memorie di un ex compagno e del suo assassino. È proprio in questi interstizi che la letteratura trova il suo terreno fertile ed è appunto così, con l'immaginazione, qualche carta e il cuore, che Éric Vuillard prova a raccontarci ciò che il mondo tende a cancellare: il romanzo di un poveraccio, di un delinquente qualunque diventato l'incarnazione di un Paese intero, di un'America che è conquista, avventura, individualismo, sangue. Se Vuillard narri solo una vicenda dell'Ottocento, in questo suo Gli orfani. Una storia di Billy the Kid (edizioni e/o) o, piuttosto, la genesi di una democrazia, si può decidere solo leggendolo (e ne vale la pena), ma nei suoi libri precedenti lo scrittore francese ha fatto la stessa operazione: scavare nel passato per dire qualcosa dell'oggi, raccontare l'Anschluss ( L'ordine del giorno , con cui ha vinto il Goncourt nel 2017) o la riforma religiosa che diventa ribellione popolare ( La guerra dei poveri ) per sbirciare i potenti dal basso e smascherarli, socchiudere la porta dei segreti della grande Storia e riportarcene qualche briciola. (...)