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Professione REPORTER a Gaza : quando la satira racconta la guerra

Autore: Adelaide Barigozzi
Testata: ELLE
Data: 12 marzo 2026

Giornalista per diversi anni per il Guardian e corrispondente di guerra da Gerusalemme, Phoebe Greenwood conosce da vicino la tragedia che si consuma in quella parte del Medioriente ma, soprattutto, sa cosa significa essere lì per raccontarla. Ed è di questo che parla il suo romanzo d'esordio, Avvoltoi (ed. e/o), che presenterà al Book Pride di Milano il 22 marzo (bookpride.net). Una satira tragica e pungente sul giornalismo di guerra. Protagonista, Sara Byrne, corrispondente freelance inglese che dalle stanze privilegiate del The Beach Hotel, "l'albergo dei giornalisti", insegue l'intervista che potrà dare una svolta alla sua carriera, in una rocambolesca discesa agli inferi.

Cosa ti ha spinto a passare dalla cronaca alla fiction, con un romanzo satirico, ma anche molto drammatico?

Ho scritto Avvoltoi con rabbia: credo che questo emerga nel tono satirico e nella violenza. Quando ero corrispondente, tra il 2010 e il '14, a Gerusalemme c'era forse la più alta concentrazione di media occidentali che in qualsiasi altra parte del mondo. Il nostro compito era richiamare l'attenzione su ciò che stava accadendo, ma le atrocità non fecero che peggiorare. Quando poi il 7 ottobre è iniziata la guerra di Israele a Gaza, ci è parsa la catastrofe che avevamo previsto e che non eravamo riusciti a prevenire. L'informazione ha regole precise per garantire l'imparzialità e i giornalisti non sono fatti per i sentimenti, sulle nostre bocche diventano pregiudizi, ma io ne avevo molti rispetto a Gaza: la narrativa mi ha liberato e dato sollievo. Non è una novità che si riesca ad assimilare meglio certe verità difficili, sotto forma di storie.

Quanto c'è di autobiografico nel personaggio della giornalista?

Sara riunisce diversi problemi che cercavo di risolvere riguardo alla mia esperienza nella sua stessa situazione. Mi interrogavo sulle mie motivazioni di giornalista di guerra: perché andavo in queste zone disastrate? Cosa stavo facendo davvero? Sara sembra insensibile alla tragedia che si consuma intorno a lei, e io mi sono chiesta: noi siamo così diversi, in quanto consumatori di notizie? Non fatichiamo forse a elaborare una catastrofe immane come quella di Gaza? Corriamo tutti il rischio di essere insensibili alla realtà umana delle guerre che si svolgono sui nostri social, accanto a meme sui gatti e pubblicità di biancheria intima. Per me, Sara è questo.

Gli avvoltoi del titolo sono i giornalisti di guerra: nascono già così cinici, o è la vicinanza ai conflitti, oggi purtroppo in aumento, a renderli tali?

La guerra non rende necessariamente cinici, ma può premiare il cinismo perché è funzionale. Un corrispondente deve mettere da parte le emozioni. In un giorno potresti: vedere i cadaveri di una famiglia di dieci persone, copiare un file, cenare, guardare Friends per sentirti "normale". Per sopravvivere sviluppi una corazza fatta di humor nero, competitività, fredda efficienza, una forma di "obiettività" che può sembrare una psicopatia. "Avvoltoio" è un termine autoironico con cui i giornalisti di guerra parlano di se stessi come persone che vivono di morte e disastri. C'è una consapevolezza che spero emerga nel libro. Credo nell'importanza del giornalismo: la salute dei media è troppo importante per non essere analizzata. (...)