(...) La libertà, intanto, circola come un feticcio semantico. Tutti la vogliono, nessuno sa più definirla - operazione che sarebbe già un atto liberticida. Il nonno la cerca col fucile in mano, perché ai suoi tempi la libertà aveva ancora una sintassi binaria e quindi più semplice e rassicurante: amico/nemico, partigiano/fascista, vivo/morto. Il figlio la cerca nei cortei, nei letti, nei vicoli e nei portici di Bologna, convinto che la libertà sia soprattutto nel non sapere con precisione dove ci si sveglierà la mattina. La nipote la cerca nei contratti editoriali, nei diritti di traduzione, versione postmoderna di un’epica dell’eroismo: coltiva la convinzione — nobile e leggermente commovente — che responsabilità e libertà possano ancora convivere, come una vecchia coppia che non ha avuto il coraggio di divorziare.
E il narratore? Sta male di testa, come tutti i narratori contemporanei rispettabili. Si affida a uno psichiatra-ipnotista, figura perfetta del nostro tempo: metà guru, metà fatturatore, totalmente inutile ma narrativamente indispensabile. La moglie tenta di fermarlo — e qui si conferma una legge non scritta della narrativa occidentale: la letteratura, si sa, comincia sempre quando qualcuno smette di ascoltare una donna sensata.
«Avrei cercato di capire il segreto della libertà, quanto bisogna osare per ottenerla, il costo da pagare. Un bizzarro psichiatra-ipnotista, ai limiti del ciarlatano, mi aveva impartito alcune lezioni di tecnica onironautica (così si chiamava quella strana pratica), che gli avevo pagato profumatamente. Mia moglie Sandra aveva tentato invano di dissuadermi. Ma stavo male in quel periodo, male di capoccia, e aveva deciso di lasciarmi fare».
Attraverso i sogni il figlio insegue il padre: Resistenza, America, casinò, successo e fallimento — cioè le quattro stagioni del mito maschile novecentesco. La domanda resta sempre la stessa, ossessiva, infantile, indecente: papà, cos’è stata per te la libertà? Salvare il mondo o vincere la mano di poker? Memorabile la scena del poker onirico ad Atlantic City — a metà tra un racconto di Tommaso Landolfi e un’inquadratura di Pupi Avati — a dimostrare che il sogno è il solo genere dove il realismo magico paga in contanti.
Nel frattempo il narratore fa ciò che ogni narratore fa quando non sa risolvere la Storia: racconta sé stesso. Giovinezza, politica, sesso, l’equivoco persistente secondo cui il desiderio sarebbe una forma di conoscenza, mentre è più spesso una distrazione dotata di buona retorica. Poi arriva Londra, arriva la figlia, arriva il futuro — che somiglia sempre a un progetto editoriale promettente e sottofinanziato.
I tempi si intrecciano, sogno e realtà collassano l’uno nell’altra, come in una serie TV di alto profilo culturale. Tre generazioni cercano la libertà, tutte la trovano parzialmente, tutte ne pagano il prezzo intero. La morale, se proprio la vogliamo: la libertà non salva, non guarisce, non risolve. Ma è l’unica parola abbastanza nobile da giustificare il caos. E una editoria fieramente indipendente.
La storia di e/o dimostra che l’editoria può ancora essere una forma di militanza non urlata, di politica lenta, di fiducia nella complessità. È fatta di coerenze ostinate, lentezze strategiche, scommesse irragionevoli.
In un tempo che chiede semplificazione, le Talpe hanno continuato a scavare. E lo scavo, come sanno gli archeologi e gli editori, produce due sole cose: polvere oppure libri che valeva la pena trovare e leggere. Entrambe, a ben vedere, forme rispettabili di verità. E di libertà.