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"Ho vendicato la Milady di Dumas una donna al tempo degli uomini"

Autore: Sara Ricotta Voza
Testata: La Stampa - TuttoLibri
Data: 24 gennaio 2026

Adelaïde de Clermont-Tonnerre è un nome perfetto per l'eroina di un romanzo di cappa e spada. Ma lei, che i quarti di nobiltà li ha per davvero e da entrambi i rami familiari, di quel romanzo ha voluto essere l'autrice, costruendo una sorta di prequel-sequel di uno dei capolavori del genere, I Tre Moschettieri di Alexandre Dumas. E se riscrivere i classici è attualmente una tendenza, lei ha scelto un'altra strada: rendere protagonista un personaggio secondario ma importantissimo, il villain donna più odiato della letteratura francese - Milady - la Cattiva senza nome, anzi con troppi nomi, che dilaga come un veleno nel corpo vigoroso delle avventure di D'Artagnan e compari. In Milady (in Francia Je voulais vivre ) le ha dato voce e dignità, raccontando quel che Dumas aveva taciuto: chi era, com'era prima di diventare Milady e da dove le veniva tanta sete di vendetta (tutte attenuanti che il grande Scrittore ha invece riservato al conte di Montecristo). L'autrice ha peccato di hybris letteraria? Non pare, se una giuria francese prestigiosa le ha appena assegnato il Prix Renaudot. E in effetti, a rileggere certe parti del romanzo di Dumas affrontate in gioventù, ci si stupisce di non aver colto la violenza, per esempio, della scena finale, che nella versione di de Clermont-Tonnerre ricorda più realisticamente l'assalto di un branco di lupi che non il processo di un tribunale, per quanto spietato.

Con questo romanzo ha riaperto il "cold case Milady"?

«Esattamente. E l'ho fatto perché come molti avevo letto I Tre Moschettieri a 12 anni e amavo talmente Dumas e questa storia - forse il più bel romanzo sull'amicizia virile che invece di interrogarmi su quel che viveva Milady, pensavo che avesse quel che meritava, e che fosse cattiva, criminale, avvelenatrice. Nemmeno per un istante, ragazzina dodicenne, ho provato empatia per lei. Decenni dopo, rileggendo, mi sono invece resa conto dell'ingiustizia che c'era in quel racconto e ho deciso di riaprire il caso e ricominciare l'inchiesta».

Che cosa c'è nel suo racconto che in Dumas non c'è?

«Porto i fatti, obiettivi, che sono in Dumas, e porto testimoni: contro per dire che è colpevole, e a favore per scagionarla. E alla fine è come se chiedessi al lettore e alla lettrice, in posizione di giudici: confermate la condanna? Concedete le attenuanti? O volete perdonare Milady? La mia speranza, ovviamente, è che la si perdoni».

In Francia si è definito il suo romanzo un cappa e spada femminista. Ci si ritrova?

«Sfumerei un po'. Sì, ho scritto questo libro per una donna ma l'ho dedicato "a tutte le donne che ci hanno preceduto, e a tutti gli uomini che le hanno difese e amate". Perché c'è un'indignazione femminista, ma ci sono anche ritratti di uomini generosi. Lo stesso D'Artagnan in Dumas era giovane e intransigente, nel mio libro è nell'età del dubbio e si pone domande. Ma la mia non è una rilettura, completo la storia. Non giudico Dumas perché trovo assurdo giudicare con i nostri valori un'epoca precedente. Ma voglio dare a Milady la possibilità di esprimersi, di difendersi e, nel mio libro, vendicarsi. Quindi, piuttosto, questo è un libro per una donna, non un libro contro gli uomini». (...)