Piccola osteria senza parole è il secondo libro di Massimo Cuomo ed è un’autentica epopea del nordest
Scovazze è un piccolo paese di campagna al confine tra Veneto e Friuli e come ogni piccolo paese che si rispetti tutto ruota attorno all’osteria; gli avventori sono uomini comuni, minuziosamente descritti dal protagonista che ha deciso di passare l’estate da queste parti dopo aver conseguito la maturità.
A sconvolgere la normalità, in quell’estate del 1994 ci sono due eventi: i mondiali di calcio statunitensi e l’arrivo, a dir poco rocambolesco, di Salvatore Tempesta, un meridionale che si è sobbarcato il viaggio dal sud a Scovazze in una ritmo cabrio color amarena portandosi dietro un gioco, il Paroliere, e una mezza foto in cui è ritratta una donna con alle spalle un campanile.
Piccola osteria senza parole è un libro che mi ha ricatapultato a 20 anni fa perché è scritto talmente bene che non puoi non rivivere certe situazioni; sarà che si parla della mia terra ma il plus è la semplicità disarmante, ma mai banale, con cui è scritto che ti cattura.
Estratto
Non è una notte da dormire. È una notte di rane e nuvole, di pensieri.
Scovare scivola verso l’alba di un nuovo giorno senza che nessuno se ne accorga. Potrebbe staccarsi e cadere. Un punto sul confine del nulla che d’inverno sparisce nella nebbia e d’estate nel granoturco. CI arrivi per caso a Scovazze, per errore. O per una specie di missione, come quella di Tempesta. Che stanotte, insieme al sonno, ha smarrito un po’ la speranza. E allora scuote la scatola di plastica con le parole dentro.