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Christa Wolf. Nel momento giusto bisogna credere all' impossibile

Autore: Luigi Forte
Testata: La Stampa - TuttoLibri
Data: 11 aprile 2026

Sembrano passati anni luce da quel lontano novembre del 1989 quando cadde il muro di Berlino e la Repubblica democratica tedesca svanì nel nulla. Per chi come la scrittrice Christa Wolf, che alla realtà del socialismo aveva creduto pur sollevando dubbi e interrogativi fin dai primi romanzi come Il cielo diviso (1963) e Riflessioni su Christa T. (1968), fu la fine di un'illusione, la cancellazione di un sogno, che cercò di rianimare rivolgendosi ai propri concittadini pronti a lasciare la Germania dell'Est: «Noi vi preghiamo - disse in un accorato appello televisivo - rimanete nella vostra patria, rimanete da noi (..). Vogliamo impegnarci per elezioni libere, diritto e sicurezza». Era la voce di un'intellettuale contro corrente, che voleva declinare libertà e democrazia con la più nobile tradizione del socialismo, inconciliabile però con il regime di Ulbricht e di Honecker. Una grande scrittrice del Novecento, di cui l'editore italiano e/o ha deciso di ripubblicare entro il 2029, per il centenario della sua nascita a Landsberg an der Warthe, oggi città polacca, tutta l'opera, dalla narrativa ai testi saggistici. Si inizia con il romanzo Cassandra (1983) e il volume Premesse a Cassandra , in cui la Wolf riflette sul personaggio, schernito e inascoltato, sulla lotta delle donne, il patriarcato e il «gelido pensiero maschile». Figure del mito, tra cui, più tardi, anche quella di Medea, riplasmata in chiave autobiografica, che ritrova una propria dolorosa identità nell'isolamento. «Sono libera - afferma - Senza desideri ascolto il vuoto che mi colma». Un destino che coinvolge anche la scrittrice di fronte a una realtà che sembra sfuggirle dopo la dissoluzione del suo paese. Se ne sentono gli echi nel romanzo Recita estiva (1990), dove un gruppo di intellettuali riuniti nella campagna del Meclemburgo dissimula a fatica la costante sensazione della fine, il dolore dell'esistenza, quasi un alito cechoviano, appena dissimulato dal piacere dell'amicizia. Non a caso la sua scrittura, animata dal dubbio, interroga e incalza la realtà del socialismo, di quel mondo della Rdt dove aveva studiato ed era cresciuta politicamente dopo il 1945. Nelle Riflessioni su Christa T. la protagonista contrappone alle intonazioni trionfalistiche del partito le perplessità sul futuro del paese. Le sue riflessioni scrutano e interrogano misurando le conquiste sociali sul progresso di quelle morali, sullo sviluppo delle libertà e la democratizzazione del sistema. Nel quale, per altro, la Wolf non scelse l'isolamento o l'esilio, come, ad esempio, Günter Kunert o Reiner Kunze, ma anzi divenne membro del partito e fu anche, per un certo periodo nel Comitato Centrale. Qualcuno a ovest bollò il suo atteggiamento come opportunista, altri, come il suo biografo Jörg Magenau, hanno ricordato la stagione dei compromessi e la sua breve e discussa collaborazione con la Stasi, la polizia segreta, che più tardi prese a sorvegliare per anni sia lei che il marito, come testimonia il racconto Che cosa resta pubblicato pochi mesi dopo la fine della Rdt. In realtà il suo percorso umano e intellettuale andava in ben altra direzione: nemica di ogni dogmatismo non ha mai smesso di ricordare l' antica vocazione libertaria del socialismo, smarrita per strada specie dopo la caduta del Muro, quando il sogno di un futuro si frantumò senza una vera, convincente alternativa. Così come ha continuato a riflettere sulla propria identità e su quella del suo paese nell'ampio romanzo Trama d'infanzia (1976), dove rappresentò sé stessa nella piccola Jenny Jordan ripercorrendo criticamente i tempi bui del nazismo per contrastare ogni forma di oblio. Forse proprio quel passato la induceva a proiettare le sue speranze verso il socialismo dal volto umano, ben consapevole tuttavia che «i momenti di felicità sono rari, la rabbia e la tristezza continuano a prevalere». Anche nel suo ultimo ampio libro La città degli angeli ovvero The Overcoat of Dr. Freud la Wolf riflette sulla propria identità e su quella del suo paese, su un passato che non trova risposte, su rimozioni o colpevoli silenzi. Cronistoria del suo soggiorno californiano fra il 1992 e il '93, il libro, uscito nel 2010, l'anno prima della sua morte, è in realtà una vivisezione della propria vita in un turbinio di tensioni dopo la divulgazione dei dossier dei servizi segreti della Rdt. Ma al tempo stesso si affaccia su una realtà ricca di sensazioni, luoghi e personaggi: dal milieu degli intellettuali progressisti ai curiosi flash di vita quotidiana, tra continui sconfinamenti nel proprio e altrui passato. Un tocco autobiografico che riaffiorava già nel volume di racconti Con uno sguardo diverso (2005) dove con ironia la scrittrice ripercorre il lungo e intenso rapporto con il marito e si sofferma sul tema del dolore. Coscienza inquieta e problematica di un socialismo ebbro di slogan e di promesse disattese, Christa Wolf, con cui Günter Grass avrebbe volentieri diviso il premio Nobel, non rinunciò mai alla speranza fino a sconfinare nell'utopia: «In un momento della vita, al momento giusto - scrisse - bisogna pur credere all'impossibile».