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Paura e delirio a Bogotá

Autore: Giancarlo De Cataldo
Testata: La Repubblica - Robinson
Data: 5 aprile 2026

(...) Proprio in nome di una lunga frequentazione con Gabo, Gamboa è solito affermare che gli scrittori colombiani dovrebbero affrancarsi dalla sudditanza (leggi: riproduzione di stile e lingua) del padre di Aureliano Buendía. Impresa che a Gamboa riesce benissimo: nei suoi libri, a partire dal sorprendente esordio di Perdere è una questione di metodo , si respira, sì, l'inconfondibile eredità di quel realismo magico latino americano che ha cambiato la letteratura del Novecento e che, in anni passati, ha conquistato e stregato legioni di lettrici e lettori. Ma non ci sono imitazione, ricalco, manierismo: semmai, un'originale vena, eclettica e singolare nello stesso tempo, nella quale convivono il "noir" nordamericano, le volate surreali di un Paco Ignacio Taibo II, certe ossessioni di un Bolaño in stato di grazia. Uno scrittore di razza, insomma, che Vázquez Montalbán ebbe a definire il più grande colombiano dopo García Márquez. Ma veniamo al romanzo. Siamo alla vigilia della pandemia quando, durante una di quelle feste pazzesche a base di coca, alcol e sregolatezze d'ogni genere, in una villa a pochi chilometri da Bogotá vengono scoperte ossa umane. Che, attenzione, non sono di una delle tante vittime della violenza che, negli anni, ha dilaniato il paese di Escobar. No. Quelle ossa appartengono a un uomo vivo, anche se ridotto a una sorta di tronco umano. Dal ritrovamento si dipana presto una catena di omicidi orrendi (efferati suonerebbe persino come eufemismo), sulla quale è chiamata a indagare una strana coppia: il procuratore Jutsiñamuy - e questo è un nome tradizionale degli indigeni Huitoto dell'Amazzonia colombiana, «persone tranquille, osservatrici e prudenti», spiega Gamboa - e la giornalista Julieta Lezama. Dove Lezama prende il nome da Lezama Lima, il grandissimo scrittore cubano. E toccherà a loro imbattersi, strada facendo, nel "vero" Santiago Gamboa, di professione narratore, destinato a giocare un ruolo cruciale nella funambolica vicenda, e in un intellettuale che adotta come pseudonimo il vero nome di Pablo Neruda. Ma se questi sono gli aspetti narrativi e letterari della storia, lo sfondo è drammaticamente realistico. Julieta Lezama ha una collaboratrice ex guerrigliera reintegrata dopo l'accordo fra il governo e le Farc, e risultano invischiati nell'intricatissima trama anche i paramilitari coinvolti nella tragedia dei falsos positivos : ragazzi qualunque ammazzati come cani e fatti passare per narcos per intascare la taglia imposta dalle autorità. Ne deriva un'epica lotta fra il Bene, rappresentato da Julieta e dal procuratore Jutsiñamuy (anche dall'altra parte del mondo, a quanto pare, c'è chi stima i pubblici ministeri), e un Male pervasivo e tanto radicato nei gangli essenziali della vita comune da apparire invincibile. Ma siamo in Colombia, un Paese che ti sorprende sempre. E siamo fra le pagine di Santiago Gamboa, dove ci viene spiegato che, in fondo, Bene e Male devono compensarsi, perché il misterioso equilibrio delle umane cose non crolli. E a volte, capita persino che il Bene trionfi. Un gran romanzo.