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Mathias Énard fra i fantasmi

Autore: Tommaso Pincio
Testata: Il Manifesto, Alias
Data: 5 aprile 2026
URL: https://ilmanifesto.it/mathias-enard-fra-i-fantasmi

Gli artisti, perlomeno quelli ancora agli inizi o non baciati dal successo, e quelli che un tempo venivano chiamati bohémien, sono stati nel corso del Novecento l’avanguardia della gentrificazione, il suo braccio disarmato. Abili a individuare zone di confine a buon mercato, quartieri malfamati e marginali ma comunque non troppo lontani dal centro urbano, portavano un’aria nuova, non borghese al cento per cento e tuttavia abbastanza accettabile da favorire opere di riqualificazione. È accaduto nella Parigi delle avanguardie e in seguito a New York, nel Greenwich prima e nell’East Village poi. Nel suo piccolo, anche Roma ha scoperto potenzialità inaspettate in zone come San Lorenzo e il famigerato Pigneto, grazie agli artisti. Ma vanno davvero ringraziati? Dalla prospettiva di chi specula sul mercato immobiliare, senz’altro sì. Chi ha invece a cuore la natura di un luogo, le ragioni che lo rendevano speciale e soprattutto reale anziché un salotto posticcio per finti alternativi, qualche dubbio non può non averlo.

Illuminanti al riguardo le prime pagine di Malinconia dei confini Nord (Edizioni e/o, nella limpida traduzione di Yasmina Melaouah, pp. 207, € 19,00), in cui Mathias Énard scrive da uno dei pochi edifici rimasti in funzione del Beelitz, ai tempi il più grande sanatorio europeo. In questo complesso, sparso per vari ettari di boschi ai margini di Berlino, vennero curati i feriti della Prima guerra mondiale e anche Hitler vi trascorse un periodo di convalescenza. In seguito, con il crollo del Terzo Reich, fu convertito dai sovietici nel più grande ospedale militare a ovest della madrepatria, con tanto di statua raffigurante un infermiere dell’Armata Rossa. Énard si sofferma sullo stato di abbandono in cui versa buona parte di questo luogo, le squame di intonaco e pittura che si staccano dai muri, la vegetazione che si riprende il suo spazio invadendo le architetture, le carcasse di veicoli senza più motore né pneumatici, riservando fatalmente un pensiero a ciò che un luogo simile non può non evocare: la tubercolosi, La montagna magica, la morte di Kafka, il profondo e quasi imprescindibile legame tra malattia e arte, in anni in cui arte e letteratura avevano ben altra rilevanza.

Dopodiché, Énard passa a descrivere il volantino pubblicitario di un progetto immobiliare con cui di recente si proponeva ai berlinesi – segnatamente ad artisti, compositori, designer, architetti – di acquistare un appartamento in un padiglione del vecchio sanatorio, in via di riqualificazione. L’opposto di quello che succedeva in passato. Non più artisti spiantati, che in cerca di nuove possibilità ai margini del mondo, aprivano più o meno involontariamente la strada alla gentrificazione, bensì investitori che in quei margini vedono una succosa opportunità di guadagno e a questo scopo cercano artisti-compratori, per ricreare in maniera artificiale, come un esperimento da laboratorio, il contesto di allora. Uno sconfortante segno dei tempi. Basterebbe questa immagine a far precipitare il lettore nella malinconia promessa dal titolo, e invece siamo appena all’inizio di una tetralogia di cui questo libro non è che il primo atto. Facile immaginare che i successivi, ancora non dati alle stampe, avranno per oggetto i confini dei restanti tre punti cardinali, ognuno a sua volta probabilmente legato a una stagione dell’anno. Al Nord spetta ovviamente l’inverno, che viene evocato già nell’incipit come forma di reclusione ospedaliera patita da una certa E., amica di Énard ricoverata appunto al Beelitz. Siamo evidentemente ai primi passi di un atlante personale dove arte e letteratura si intrecciano per libere associazioni con la grande Storia degli uomini e con i ricordi dell’autore.

Un modo di procedere oggi fin troppo praticato che trova in W.G. Sebald il maestro apparente, citato infatti a più riprese, in particolare per Storia naturale della distruzione, perché il cuore della Germania è anche il cuore della storia europea, una terra dai confini labili la cui lingua si è spinta ben oltre quelli fissati dalle carte geografiche e da secoli spezza il continente in due: papato e impero, riforma e controriforma, est e ovest. Non per caso, escluso quel mondo a sé che sono i Balcani, a Berlino e dintorni è stata combattuta l’ultima battaglia sul suolo europeo. Non per caso, si è arrivati alla fine del secondo conflitto dopo il gelido inverno tedesco: inverno che a Berlino, in pieno gennaio, è una notte infinita e buia «che chiunque immagina non si riaccenderà mai del tepore della primavera».

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