In Colombia il noir non è un genere letterario: è una forma di realismo». Lo afferma Santiago Gamboa, lo scrittore 60enne che il 25 febbraio tornerà in libreria con "Colombian Psycho" (Edizioni E/O, pp. 608 €22,50 tradotto da Raul Schenardi). Romanzo feroce, sociale e profondamente contemporaneo, in cui il delitto non è che la superficie di un sistema di potere che coinvolge politica, criminalità e media. Secondo capitolo di una trilogia atipica iniziata con "Sarà lunga la notte" (2022), il libro segna anche una scelta radicale: l'autore entra nel romanzo come personaggio, trasformando la scrittura in un corto circuito tra finzione e realtà, con una prosa intensa, cruenta, erotica, mescolando reporter, medium e stupratori, summa dello spirito vitale della migliore letteratura sudamericana. Lo raggiungiamo telefonicamente a Pechino (dove oggi è addetto culturale all'ambasciata colombiana) e questa chiacchierata ruota attorno ad una domanda senza tempo: perché i libri continuano a spaventare chi sta al potere?
Santiago Gamboa, perché ha scelto di diventare un personaggio del suo romanzo?
«Volevo scrivere un romanzo sociale che parlasse anche di letteratura. Avevo bisogno di uno scrittore dentro la storia, ma inventarne uno mi sembrava poco credibile. Questa è una soluzione molto usata negli anni Sessanta, da Cortázar al "Quartetto di Alessandria" di Lawrence Durrell. All'inizio avevo pensato di chiedere a qualche collega reale ma ho capito che dovevo farlo io».
Una scelta indolore?
«Per niente. All'inizio mi faceva paura. Ho scritto una pagina di prova, poi un'altra. A un certo punto ho capito che quello non ero più io, ma un personaggio. È una cosa strana: la casa è la mia, la biblioteca è la mia, ma Santiago Gamboa sulla pagina diventa altro. I lettori ci giocano molto, soprattutto le lettrici».
"Colombian Psycho" è il secondo capitolo di una trilogia. Qual è l'idea fondante?
«In questo momento sto finendo l'ultimo libro, fanno parte di un unico progetto, ma ciascuno si può leggere da solo. Quando sono tornato a vivere in Colombia nel 2015, dopo molti anni all'estero, mi sono detto che volevo scrivere romanzi legati a quello che stavo vedendo e vivendo nel Paese. Non volevo tornare ai grandi temi classici - cartelli della droga, narcotraffico, mafia - che sono stati centrali nella storia colombiana e che ovviamente non sono scomparsi, ma che mi sembravano, almeno letterariamente, un po' esauriti».
Dunque?
«Mi interessava guardare altrove: capire cosa stava succedendo davvero nella mia Colombia».
Da qui nasce "Sarà lunga la notte"?
«Esatto. In quel romanzo mi sono concentrato sul fenomeno delle chiese evangeliche, che non riguarda solo la Colombia ma tutta l'America Latina. È un tema religioso, ma anche economico. Ma con "Colombian Psycho" sposto l'attenzione sul tema della corruzione e dei rapporti tra potere, criminalità e politica». (...)